Nipote di papa Pio IV, cardinale segretario di Stato a ventidue anni, Carlo Borromeo fu il grande esecutore del Concilio di Trento. Come arcivescovo di Milano riformò diocesi, clero, seminari e vita sacramentale con un rigore e una sistematicità senza precedenti. Durante la peste del 1576-1577 rimase in città assistendo i malati quando la maggior parte dei nobili era fuggita.
Il cardinale di ventidue anni
Carlo Borromeo nacque nel 1538 a Rocca d’Arona, sul Lago Maggiore, nipote di Gian Angelo Medici (poi papa Pio IV). Quando lo zio divenne papa nel 1559, Carlo — che aveva ventuno anni e non era ancora ordinato sacerdote — fu nominato cardinale e segretario di Stato. La carriera ecclesiastica per nepotismo era normale nel Cinquecento.
Ma Carlo era diverso. Mentre dirigeva la Segreteria di Stato papale, studiò teologia, partecipò agli ultimi lavori del Concilio di Trento (1562-1563), fu ordinato sacerdote nel 1563. Alla morte della moglie di suo fratello, si preparava a lasciare il cardinalato per ereditare il titolo di conte. Morì il fratello e Carlo rimase ecclesiastico.
L’arcivescovo riformatore
Nominato arcivescovo di Milano nel 1564, Carlo applicò le riforme del Concilio di Trento con sistematicità impressionante: riformò i seminari, impose la residenza ai vescovi, visitò personalmente ogni parrocchia della grande diocesi milanese, normalizzò la vita sacramentale, combatté la corruzione e la negligenza del clero.
Era ascetico al limite: dormiva poche ore, digiunava frequentemente, viveva con grande povertà personale. I suoi arcivescovadi precedenti erano stati spesso sinecure; lui abitava il palazzo arcivescovile ma conduceva una vita da monaco.
La peste
Nel 1576-1577 la peste colpì Milano. La maggior parte dei nobili e delle autorità fuggì in campagna. Carlo rimase. Organizzò la distribuzione del cibo, visitò i malati, celebrò la Messa all’aperto davanti alle folle che non potevano entrare nelle chiese. Mandò i sacerdoti — con ordini precisi — ad assistere i moribondi. Spese il proprio patrimonio in elemosine.
Morì nel 1584, a quarantasei anni, di febbre. Canonizzato nel 1610 da Paolo V.