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Giovanni Fisher e Tommaso Moro
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Giovanni Fisher e Tommaso Moro

† 1535

Un vescovo e un cancelliere del regno — Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, e Tommaso Moro, ex Lord Cancelliere — furono decapitati nella Torre di Londra nel 1535 per essersi rifiutati di giurare sull'Atto di Supremazia con cui Enrico VIII si proclamava capo della Chiesa d'Inghilterra. Non rinnegarono, non fuggirono, non si ribellarono.

Il re e il papato

Enrico VIII d’Inghilterra voleva annullare il matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena. Il papa Clemente VII, sotto pressione dell’imperatore Carlo V (nipote di Caterina), non concedeva l’annullamento. Enrico prese la strada più drastica: nel 1534 l’Atto di Supremazia dichiarò il re capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, separando il paese da Roma.

Chi non giurava su questo atto era reo di tradimento.

Giovanni Fisher

Giovanni Fisher era vescovo di Rochester da trent’anni — una piccola sede, ma lui era il più rispettato teologo dell’Inghilterra. Aveva difeso Caterina d’Aragona, aveva scritto contro l’annullamento, si era rifiutato di giurare. Fu imprigionato nella Torre di Londra nel 1534.

Il papa Paolo III, nel vano tentativo di proteggerlo, lo nominò cardinale. Enrico VIII, furioso, rispose che avrebbe mandato la testa di Fisher a Roma per ricevere il cappello cardinalizio. Fisher fu decapitato il 22 giugno 1535, a settantasette anni.

Tommaso Moro

Tommaso Moro era stato Lord Cancelliere d’Inghilterra — la più alta carica giudiziaria del regno — amico di Erasmo, autore dell’Utopia, umanista stimato in tutta Europa. Si era dimesso nel 1532 quando Enrico aveva preso il controllo del clero, cercando di rimanere in silenzio senza prendere posizione.

Non fu sufficiente. Arrestato, interrogato, non giurò. Non spiegò perché — il silenzio era la sua difesa legale: chi tace non parla contro. Ma il testimone Richard Rich testimoniò il falso di avere sentito Moro negare la supremazia reale. Moro fu condannato per tradimento.

Salì al patibolo il 6 luglio 1535. Le sue ultime parole, secondo il resoconto del figlio, furono: “Muoio da buon servo del re, ma prima da servo di Dio.”

Canonizzati insieme nel 1935 da Pio XI.