Angelo Giuseppe Roncalli — nunzio apostolico, patriarca di Venezia, eletto papa a settantasette anni come papa di transizione — convocò il Concilio Vaticano II, aprì il dialogo con il mondo moderno, scrisse le encicliche Mater et Magistra e Pacem in Terris. Il suo pontificato di cinque anni è uno dei più trasformativi della storia moderna della Chiesa.
Il diplomatico bergamasco
Angelo Giuseppe Roncalli nacque nel 1881 a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, da una famiglia di contadini poveri. Ordinato sacerdote nel 1904, insegnò in seminario, poi fu segretario del vescovo di Bergamo, poi funzionario della Congregazione per la Propagazione della Fede, poi delegato apostolico in Bulgaria (1925-1934), poi in Turchia e Grecia (1934-1944), poi nunzio in Francia (1944-1953), poi patriarca di Venezia (1953-1958).
Fu eletto papa nell’ottobre 1958, all’undicesimo scrutinio, come compromesso — aveva settantasette anni e sembrava un papa di transizione.
Il Concilio Vaticano II
L’intuizione più sorprendente del suo pontificato: tre mesi dopo l’elezione, il 25 gennaio 1959, annunciò la convocazione di un Concilio ecumenico. Non lo avevano chiesto i cardinali, non era stato pianificato — fu un’iniziativa personale, che i collaboratori più stretti non si aspettavano.
Il Concilio Vaticano II (1962-1965) fu il più grande evento della storia della Chiesa cattolica del XX secolo. Giovanni XXIII aprì la prima sessione nell’ottobre 1962 con un discorso memorabile: “La Chiesa prefere usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore.”
Non visse per vedere la conclusione: morì di cancro allo stomaco il 3 giugno 1963, mentre il Concilio era ancora in corso.
Pacem in Terris
L’enciclica Pacem in Terris (aprile 1963) — scritta a pochi settimane dalla morte, nel pieno della Crisi di Cuba — è un appello alla pace fondato sui diritti umani universali. Fu la prima enciclica papale indirizzata non solo ai cattolici ma a “tutti gli uomini di buona volontà”.
Canonizzato il 27 aprile 2014 da papa Francesco, insieme a Giovanni Paolo II.