Apostolo quasi sconosciuto nei Vangeli, Taddeo è diventato il patrono delle cause impossibili e disperate — forse perché, confuso con il traditore Giuda Iscariota, i fedeli lo invocavano solo nei momenti estremi. Predicò in Mesopotamia, Persia e Armenia, dove morì martire insieme a Simone lo Zelota.
Un nome, molti nomi
Questo apostolo porta diversi nomi nei testi del Nuovo Testamento: Giuda di Giacomo in Luca e negli Atti, Taddeo in Matteo e Marco, talvolta Lebbeo. La varietà dei nomi riflette la complessità delle tradizioni manoscritte antiche e la necessità di distinguerlo da Giuda Iscariota.
Nel Vangelo di Giovanni compare in un unico momento, ma significativo. Nell’ultima cena, dopo che Gesù aveva promesso di manifestarsi a chi lo ama, Giuda (non l’Iscariota) gli chiese: “Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?” (Gv 14,22). Una domanda semplice e diretta, che riflette la fatica di capire un regno che non si impone con la forza.
Il patrono dei disperati
La sua associazione con le cause impossibili è paradossale e affascinante. Storicamente si spiega con il fatto che il suo nome — Giuda — era identico a quello del traditore, e quindi i fedeli evitavano di invocarlo per paura di essere confusi. Si ricorreva a lui solo quando tutti gli altri santi erano stati inutilmente pregati: in extremis, nella disperazione assoluta. Il che, per contrappasso, lo rese il più potente intercessore per l’impossibile.
La missione
Le tradizioni più diffuse attribuiscono a Taddeo la predicazione in Mesopotamia, Persia e Armenia. In queste regioni avrebbe incontrato Simone lo Zelota e insieme i due avrebbero continuato la missione fino al martirio. Secondo alcune fonti fu colpito con un’ascia; secondo altre trafitto da frecce.
La sua festa, condivisa con Simone lo Zelota il 28 ottobre, risale alla dedicazione di una basilica romana eretta in loro onore.