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Giuseppina Bakhita
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Giuseppina Bakhita

1869–1947

Rapita da schiavisti nel Sudan a sette anni, venduta più volte, tatuata con sessanta cicatrici a cinque anni come marchio di proprietà, Bakhita giunse in Italia come serva. Quando le fu offerta la libertà, scelse di restare — non più come schiava ma come suora canossiana. Visse 45 anni a Schio, Vicenza, e morì nel 1947 venerata da tutti come 'la nostra Madre Moretta'.

Il rapimento

Bakhita nacque intorno al 1869 in un villaggio del Darfur, Sudan. Aveva forse sette o otto anni quando gli schiavisti la rapirono mentre era nei campi con un’amica. Il trauma fu così violento che dimenticò il suo nome e la sua famiglia. I trafficanti le diedero il nome arabo Bakhita — «la fortunata», con l’amara ironia di chi considera propria la «fortuna» altrui.

Fu venduta più volte. Uno dei suoi padroni la fece tatuare con sessanta segni sul petto — incisioni aperte col sale — come marchio di proprietà. Subì violenze che lei stessa, anni dopo, avrebbe descritto con pudica sobrietà: «La notte piangevo in silenzio, di nascosto, per paura di essere punita».

L’Italia e la libertà

Nel 1882 fu acquistata dal console italiano Callisto Legnani a Khartoum. Il trattamento cambiò radicalmente: era considerata parte della famiglia, non uno strumento. Nel 1885, con la caduta di Khartoum durante la rivolta mahdista, i Legnani fuggirono in Italia portando Bakhita con sé.

In Italia fu affidata a una famiglia di Mirano (Venezia), i Michieli, che la lasciarono a Venezia con le suore Canossiane mentre partivano per il Sudan. Bakhita rimase presso le suore con la figlioletta dei Michieli, Mimmina, da accompagnare nella formazione.

Quando i Michieli tornarono e vollero riportarla in Sudan, Bakhita rifiutò. Il Procuratore del Re stabilì che, essendo stata sequestrata illegalmente da bambina, nessuno aveva mai avuto il diritto di renderla schiava — era libera. Era il 1889.

La suora di Schio

Nel 1890 fu battezzata e cresimata in San Giovanni in Laterano a Milano dal cardinale Ferrari — era il futuro Pio X, che avrebbe rievocato quell’incontro per tutta la vita. Ricevette i nomi Giuseppina Margherita Fortunata. Nel 1893 entrò nelle suore Canossiane.

Visse 45 anni a Schio, in Veneto, come portieria e cuoca del convento. La gente della città la cercava, le chiedeva di benedire i bambini, portava ammalati perché pregasse per loro. La chiamavano «la nostra Madre Moretta». Non aveva titoli, non aveva scritto libri, non aveva fatto miracoli documentati: irradiava semplicemente una pace che tutti avvertivano come qualcosa di non ordinario.

Morì il 8 febbraio 1947. Le sue ultime parole, dettate dall’agonia, rivelarono cosa aveva portato con sé attraverso decenni di dolore: «Madonna! Madonna! Guardate come è bella!». Giovanni Paolo II la canonizzò il 1° ottobre 2000. La sua storia è diventata uno dei riferimenti più citati nel magistero della Chiesa sulla dignità umana e sulla tratta degli esseri umani.