Chiamato semplicemente 'il Teologo' dalla tradizione orientale, Gregorio Nazianzeno elaborò nei Cinque Discorsi Teologici il linguaggio con cui la Chiesa ancora oggi pensa la Trinità. Temperamento contemplativo trascinato suo malgrado nella vita pubblica, lasciò Costantinopoli e il patriarcato dopo un anno: preferiva la poesia alla politica ecclesiastica.
Il ritroso
Gregorio nacque intorno al 329 a Nazianzo, figlio di un vescovo convertito dalla setta degli Ipsistari. Studiò ad Atene, dove strinse con Basilio di Cesarea l’amicizia più profonda della sua vita — amicizia che descrisse anni dopo con parole memorabili: «Conoscevamo solo due strade, l’una che conduceva alle chiese e ai sacri maestri, l’altra agli insegnanti delle scienze profane». Due intellettuali nel cuore della cultura pagana, radicati nella fede.
Tornato in Cappadocia, fu ordinato prete dal padre — contro la sua volontà. La violenza subita lo segnò: scrisse un lungo discorso Apologeticus per giustificare la fuga in solitudine dopo l’ordinazione, poi il ritorno. Fu il primo testo sistematico sulla natura del ministero sacerdotale nella storia della letteratura cristiana.
I Cinque Discorsi Teologici
Nel 379 Basilio morì. Gregorio fu chiamato a Costantinopoli per guidare la piccola comunità nicena nella capitale dominata dagli ariani. La chiesa che gli fu messa a disposizione era minuscola — la chiamò Anastasia, la resurrezione. Lì tenne, tra il 379 e il 381, i Cinque Discorsi Teologici.
Sono cinque omelie di densità filosofica straordinaria. Gregorio affronta con rigore le obiezioni ariane: come può il Figlio essere Dio se c’è un solo Dio? Come può lo Spirito essere Dio se le Scritture non lo dicono esplicitamente? Risponde elaborando la distinzione tra essenza divina (una e identica nelle tre Persone) e proprietà personali (paternità, filiazione, processione) — il linguaggio che entrerà nel Credo di Nicea-Costantinopoli e che la teologia cristiana usa ancora.
Lo chiamano ho Theologos — il Teologo — non come titolo generico ma come nome proprio: tra tutti i teologi della storia, lui è il Teologo.
La rinuncia
Presiedette il Primo Concilio di Costantinopoli (381), che sancì la fede nicena come fede dell’impero. Poi si dimise dal patriarcato, stanco delle lotte ecclesiastiche e dei compromessi politici. In una lettera celebre scrisse: «Se devo dire la verità, sono incline a fuggire tutti i concili di vescovi, perché non ho mai visto un concilio che abbia prodotto un bene e che non abbia aggravato i mali».
Tornò in Cappadocia, dove scrisse poesie teologiche — tra cui una lunghissima autobiografia in versi (De Vita Sua), il resoconto onesto e malinconico di una vita vissuta tra il desiderio di solitudine e le urgenze del tempo. Morì intorno al 390, nella pace che aveva sempre cercato.