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Perpetua e Felicita
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Perpetua e Felicita

† 203

Nobildonna catecumena e schiava incinta, Perpetua e Felicita morirono nell'anfiteatro di Cartagine nel 203. Il Diario di Perpetua — scritto di suo pugno nelle settimane prima del martirio — è uno dei testi più antichi e toccanti della letteratura cristiana, e uno dei rarissimi scritti di una donna del mondo antico.

Il Diario

Vibia Perpetua aveva circa ventidue anni, era di famiglia nobile, aveva da poco partorito un figlio. Era catecumena — stava ricevendo l’istruzione cristiana prima del battesimo. Quando fu arrestata insieme ad altri catecumeni, tra cui la schiava Felicita, cominciò a tenere un diario. Lo scrisse in latino, di suo pugno, nelle settimane di prigione che precedettero il processo.

Il Diario di Perpetua (o Passio Perpetuae et Felicitatis, completato dopo il martirio da un testimone oculare, forse Tertulliano) è uno dei testi più straordinari dell’antichità cristiana: una donna che scrive in prima persona la propria esperienza della fede, del carcere, del confronto col padre, delle visioni. È anche uno dei rarissimi scritti autografi femminili sopravvissuti dal mondo antico.

Il padre

Nelle pagine del Diario il padre di Perpetua occupa un posto straziante. Cercò più volte di convincerla ad apostatare, a rinunciare al nome cristiano per salvarsi. “Padre, vedi quest’anfora o questo vaso?” gli chiese Perpetua a un certo punto. “Puoi chiamarla con un altro nome che non sia quello che è?”. “No.” “Così anche io non posso essere chiamata con altro nome che quello di cristiana.”

Felicita

Felicita era una schiava incinta di otto mesi. Il diritto romano proibiva di giustiziare le donne incinte: rischiava di essere separata dai compagni e uccisa dopo il parto, tra sconosciuti. Pregò per partorire prima. Due giorni prima del martirio partorì una bambina, che fu adottata da una donna cristiana. A chi le disse che i dolori del parto erano grandi e che quelli dell’arena sarebbero stati peggiori, Felicita rispose: “Ora sono io che soffro, ma lì sarà un altro in me a soffrire per me, poiché anch’io soffrirò per lui.”

Il martirio

Il 7 marzo 203, durante i giochi in onore del compleanno dell’imperatore Geta, Perpetua e Felicita furono condotte nell’anfiteatro di Cartagine. Affrontarono le belve — una vacca inferocita fu lanciata contro di loro — e infine i gladiatori. Perpetua guidò la mano incerta del gladiatore verso la propria gola.

Agostino d’Ippona, un secolo e mezzo dopo, predicò più volte in loro onore. “Ammiriamo, ecco, le donne che hanno vinto il diavolo.”