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Pier Damiani
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Pier Damiani

1007–1072

Monaco camaldolese e cardinale che non voleva essere cardinale, Pier Damiani fu la coscienza inflessibile della riforma gregoriana: combatté la simonia e la dissoluzione del clero con una violenza retorica che i contemporanei chiamavano al tempo stesso ammiravano e temevano. Preferiva la cella dell'eremita alla corte papale — e ogni volta che poteva, ci tornava.

L’orfano di Ravenna

Pier Damiani nacque nel 1007 a Ravenna, ultimo di numerosi fratelli, e rimase orfano in tenera età. Un fratello maggiore, il prete Damiano (da cui prese il nome «Damiani»), lo accolse e lo fece studiare. Studiò a Faenza e Parma, poi tornò a insegnare a Ravenna. Era brillante, aveva prospettive ecclesiastiche eccellenti.

A trent’anni abbandonò tutto. Si ritirò nell’eremo di Fonte Avellana, sugli Appennini umbro-marchigiani — una piccola comunità di eremiti camaldolesi che vivevano in celle separate, si riunivano solo per la liturgia, dormivano poco e mangiavano poco. Era la vita che aveva scelto e che avrebbe voluto mantenere per sempre.

La riforma senza mezze misure

Nel 1043 divenne priore di Fonte Avellana. Da quella cella di pietra cominciò a scrivere lettere e trattati che incendiarono l’Europa ecclesiastica del tempo. Il bersaglio era duplice: la simonia — l’acquisto e la vendita di cariche ecclesiastiche — e la dissoluzione morale del clero, compreso il concubinato dei preti.

Il suo stile era violento, impietoso, deliberatamente provocatorio. Nel Liber Gomorrhianus, indirizzato a papa Leone IX, descrisse con cruda precisione i vizi del clero del tempo e chiese azione immediata. Nel De abdicatione episcopatus argomentò che i vescovi corrotti dovevano essere rimossi d’ufficio. Era il vento della riforma gregoriana che soffiava, e Pier Damiani ne era uno dei polmoni.

Il cardinale riluttante

Nel 1057 papa Stefano IX lo nominò cardinale vescovo di Ostia. Pier Damiani protestò, supplicò di essere lasciato in pace, scrisse lettere piene di autocommiserazione e di risentimento verso chi lo aveva sottratto alla solitudine. Poi accettò — e svolse il suo ruolo con lo stesso impegno totale che aveva dato all’eremitaggio.

Partecipò a sinodi, guidò delegazioni, mediò conflitti tra il papato e l’impero, sostenne Ildebrando (il futuro Gregorio VII) nella sua opera di riforma. Ogni volta che poteva, tornava a Fonte Avellana o in uno dei nuovi eremi che aveva fondato. «Sono fatto per il deserto», scrisse a un amico. «La curia è il mio esilio».

Morì il 22 febbraio 1072 a Faenza, durante un viaggio di ritorno da una missione diplomatica a Ravenna. Leone XII lo dichiarò Dottore della Chiesa nel 1828.