Gesuita catalano che trascorse quarant'anni a Cartagena di Colombia assistendo gli schiavi africani appena sbarcati dalle navi negriere. Si dichiarò 'schiavo degli schiavi per sempre'. Battezzò più di trecentomila persone. Gli ultimi quattro anni li trascorse immobilizzato dalla paralisi, quasi dimenticato, assistito malamente da uno schiavo nero.
Lo schiavo degli schiavi
Pere Claver nacque nel 1581 a Verdú, in Catalogna. Entrato nella Compagnia di Gesù, fu inviato nel Nuovo Mondo nel 1610. A Cartagena di Colombia incontrò il fratello Alfonso Rodríguez — oggi anch’egli santo — che gli indicò come vocazione l’assistenza agli schiavi africani.
A Cartagena arrivavano le navi negriere dall’Africa. Le stive erano piene di schiavi — i più deboli morivano durante la traversata, i sopravvissuti arrivavano decimati, malati, spaventati, incapaci di comunicare. Venivano poi messi all’asta.
Pietro Claver scendeva nelle stive ancora prima che le navi attraccassero. Portava medicinali, cibo, tabacco. Si faceva capire attraverso una rete di interpreti in quattordici lingue africane. Lavava le piaghe, medicava, consolava, battezzava.
I numeri
Nei quarant’anni di ministero a Cartagena, Claver battezzò più di trecentomila persone. Scrisse di sé nel registro di entrata della Compagnia di Gesù: “Pedro Claver, esclavo de los negros para siempre” — schiavo dei neri per sempre.
Gli ultimi anni
Nel 1650, a sessantanove anni, fu colpito dalla paralisi. Gli ultimi quattro anni furono dimenticati: uno schiavo nero — che aveva chiesto di assistere il suo assistente — lo curava malamente. La comunità gesuita lo trascurava. I fedeli di Cartagena smisero di visitarlo.
Quando morì nel 1654, la città intera si precipitò ai funerali.
Canonizzato nel 1888 da Leone XIII insieme ad Alfonso Rodríguez.