Nobile ravennate che assistette al duello in cui il padre uccise un parente e si ritirò in penitenza in un monastero benedettino, Romualdo fondò l'Ordine Camaldolese — una forma di vita monastica che combina la vita comunitaria cenobitica con l'eremo individuale. Il suo ideale era: monaco in comunità e eremita nella solitudine, insieme.
Il duello e la conversione
Romualdo nacque intorno al 951 a Ravenna da una famiglia nobile. Il punto di svolta arrivò quando, adolescente, assistette al duello in cui suo padre Sergio uccise un parente per questioni di eredità. Romualdo fu colpito da un senso di orrore e colpa — anche se non era lui l’assassino — e decise di fare penitenza ritirandosi per quaranta giorni nel monastero benedettino di Sant’Apollinare in Classe, vicino a Ravenna.
I quaranta giorni si trasformarono in tre anni. Poi Romualdo partì.
Trent’anni di viaggi
Per trent’anni Romualdo percorse l’Italia — Venezia, Catalogna, Roma, i monti dell’Appennino — fondando eremi e piccole comunità monastiche, cercando luoghi adatti alla vita contemplativa, formando discepoli. Era un fondatore seriale e un inquieto: appena una comunità era avviata, lasciava e andava altrove.
Il suo progetto era sintetizzare i due modelli monastici della tradizione cristiana: la vita cenobitica (in comunità, insieme) e la vita eremitica (in solitudine, nella cella individuale). Nelle comunità camaldolesi, i monaci vivono in celle separate ma si riuniscono per l’ufficio liturgico.
Camaldoli
Intorno al 1012 Romualdo fondò l’eremo di Camaldoli, sull’Appennino tosco-romagnolo, a circa 1000 metri di quota. È ancora oggi il cuore dell’Ordine Camaldolese, dipendente dalla Congregazione Benedettina. L’eremo esiste nella forma che Romualdo gli diede: celle separate disposte intorno a una chiesa, silenzio rigoroso, digiuno severo.
Romualdo morì in solitudine nel suo eremo di Val di Castro nel 1027. Canonizzato nel 1595 da Clemente VIII.