Frate francescano polacco, fondatore di uno dei più grandi complessi editoriali cattolici del mondo, Massimiliano Kolbe fu arrestato dai Nazisti e deportato ad Auschwitz. Quando la rappresaglia nazista scelse dieci uomini da condannare a morte per inedia, Kolbe si offrì volontario al posto di un padre di famiglia. Morì di iniezione letale il 14 agosto 1941.
Il frate giornalista
Rajmund Kolbe nacque nel 1894 a Zduńska Wola, in Polonia, da genitori di fede profonda. A sedici anni entrò nell’Ordine Francescano con il nome di Massimiliano. Studiò a Roma, dove fondò la Milizia dell’Immacolata nel 1917 — associazione mariana dedicata alla conversione dei peccatori.
Tornato in Polonia nel 1919, fondò una rivista, poi un quotidiano cattolico, poi una rete editoriale — Niepokalanów, la Città dell’Immacolata — che divenne uno dei più grandi centri editoriali cattolici del mondo: milioni di copie al mese di riviste, giornali, libri. Fondò una radio. Mandò missionari in Giappone dove fondò un altro Niepokalanów.
Auschwitz
Quando la Germania invase la Polonia nel settembre 1939, Niepokalanów fu occupata. Kolbe continuò a pubblicare finché poté, poi fu arrestato nel febbraio 1941 e deportato ad Auschwitz come prigioniero numero 16670.
Nel luglio 1941 un prigioniero fuggì dal campo. La rappresaglia nazista era automatica: dieci uomini scelti a caso dal blocco del fuggito sarebbero stati condannati a morte per inedia — rinchiusi in una cella senza cibo né acqua.
Quando uno degli scelti — Franciszek Gajowniczek — gridò “La mia moglie! I miei figli!”, Kolbe uscì dalla fila e disse al comandante: “Sono un vecchio prete cattolico. Voglio prendere il posto di quest’uomo che ha una famiglia.” Fu accettato.
Kolbe fu il sopravvissuto più a lungo: morì il 14 agosto 1941 per iniezione di fenolo. Gajowniczek sopravvisse ad Auschwitz e fu presente alla canonizzazione nel 1982.
Canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1982 come “martire della carità”.